La neglette non è sempre fatta di eventi eclatanti.Spesso non c’è violenza, non c’è un fatto unico da raccontare. C’è piuttosto un’assenza ripetuta: di sguardi, di protezione emotiva, di regolazione, di qualcuno che arrivi quando sei in difficoltà.
È un trauma silenzioso, normalizzato.Ed è proprio per questo che può diventare terreno fertile per il trauma complesso.
Chi cresce nella neglette impara molto presto una lezione implicita:se ho bisogno, non arriva nessuno.
Da adulti questa lezione non resta un pensiero, ma diventa un modo di stare nel mondo.
Da bambini, affidarsi e non trovare risposta è più pericoloso che rinunciare all’affidamento stesso.Così il corpo sceglie una soluzione estrema ma funzionale: chiudere il bisogno.
Questa convinzione diventa una struttura interna:
Nel tempo questo produce:
Così, a volte, l’ipercontrollo esplode:
Farcela da soli funziona, ma solo fino a un certo punto.Funziona per sopravvivere, per tenere in piedi la vita, per non dipendere.
È estremamente raro che sia efficace nel lungo periodo sul piano emotivo, relazionale e corporeo.
Quello che spesso vedo è:
“Chi è leggero in realtà finge.”“Se abbassi la guardia, prima o poi paghi.”“Se non controlli tutto, qualcosa crolla.”
La libertà viene vissuta come:
In realtà, sotto questa convinzione, c’è spesso un dolore più profondo:la sensazione che quello stato non sia accessibile, non che non sia desiderabile.
È poter:
Il processo è graduale e rispettoso:
E da lì, con i tempi giusti, può imparare qualcosa di nuovo. TORNA AGLI ARTICOLI
È un trauma silenzioso, normalizzato.Ed è proprio per questo che può diventare terreno fertile per il trauma complesso.
Chi cresce nella neglette impara molto presto una lezione implicita:se ho bisogno, non arriva nessuno.
Da adulti questa lezione non resta un pensiero, ma diventa un modo di stare nel mondo.
“Devo fare tutto da solo”: una convinzione che nasce per sopravvivere
L’idea di dovercela fare da soli non nasce da forza o autonomia sana.Nasce da un sistema nervoso che, per adattarsi, ha smesso di aspettare aiuto.Da bambini, affidarsi e non trovare risposta è più pericoloso che rinunciare all’affidamento stesso.Così il corpo sceglie una soluzione estrema ma funzionale: chiudere il bisogno.
Questa convinzione diventa una struttura interna:
- non chiedo
- non delego
- non mi appoggio
- non rallento
Il costo nascosto: fragilità, ipercontrollo, crolli improvvisi
Vivere con l’idea di dover fare tutto da soli richiede un controllo costante.Nulla può sfuggire, perché se qualcosa va storto non c’è una rete.Nel tempo questo produce:
- ipercontrollo
- difficoltà a fidarsi
- intolleranza all’imprevisto
- rigidità interna mascherata da “organizzazione”
Così, a volte, l’ipercontrollo esplode:
- un crollo improvviso
- una rabbia che sorprende anche chi la prova
- una reazione sproporzionata a una difficoltà reale ma non catastrofica
Quanto è davvero efficace “farcela da soli”?
Qui c’è un punto delicato, spesso poco detto.Farcela da soli funziona, ma solo fino a un certo punto.Funziona per sopravvivere, per tenere in piedi la vita, per non dipendere.
È estremamente raro che sia efficace nel lungo periodo sul piano emotivo, relazionale e corporeo.
Quello che spesso vedo è:
- funzionamento alto, costo interno altissimo
- risultati ottenuti con sforzo continuo
- incapacità di godere davvero di ciò che si raggiunge
La leggerezza come qualcosa di sopravvalutato (o sospetto)
Molte persone con una storia di neglette guardano alla leggerezza con scetticismo.“Chi è leggero in realtà finge.”“Se abbassi la guardia, prima o poi paghi.”“Se non controlli tutto, qualcosa crolla.”
La libertà viene vissuta come:
- ingenua
- pericolosa
- irrealistica
- non sostenibile
In realtà, sotto questa convinzione, c’è spesso un dolore più profondo:la sensazione che quello stato non sia accessibile, non che non sia desiderabile.
Lo stato ideale: libertà senza crollo
Lo stato ideale non è dipendere dagli altri né perdere competenza.Non è “lasciarsi andare” nel senso ingenuo del termine.È poter:
- scegliere quando fare da soli e quando no
- tollerare l’imprevisto senza andare in allarme
- sentire il bisogno senza vergogna
- appoggiarsi senza sentirsi deboli
- essere forti senza essere rigidi
Il processo con cui lavoro nei casi di neglette e trauma complesso
Nel mio lavoro non parto mai dal “fidati” o dal “chiedi aiuto”.Sarebbe una forzatura per un sistema che ha imparato il contrario per necessità.Il processo è graduale e rispettoso:
- Riconoscere l’adattamento, non patologizzarlo
Il “fare tutto da soli” ha avuto una funzione. Onorarla è il primo passo. - Lavorare sulla sicurezza interna
Prima di aprirsi fuori, il sistema deve sentire stabilità dentro. - Ridurre l’ipercontrollo senza toglierlo di colpo
Non si smonta una difesa senza creare alternative. - Dare spazio alle emozioni bloccate, inclusa la rabbia
Non come problema, ma come segnale di confine. - Costruire esperienze di appoggio tollerabili, non ideali
Piccole, realistiche, coerenti con la finestra di tolleranza.
- “Sono sempre io quello che regge”
- “Se mollo, crolla tutto”
- “Non so chiedere, ma sono stanca”
- “Mi arrabbio quando mi sento messa all’angolo”
- “Non credo davvero che esista la leggerezza”
E da lì, con i tempi giusti, può imparare qualcosa di nuovo. TORNA AGLI ARTICOLI


