Dott.ssa Antonella MarottaPsicologa PsicoterapeutaSCARICA EBOOK SUL TRAUMA
La neglette non è sempre fatta di eventi eclatanti.Spesso non c’è violenza, non c’è un fatto unico da raccontare. C’è piuttosto un’assenza ripetuta: di sguardi, di protezione emotiva, di regolazione, di qualcuno che arrivi quando sei in difficoltà.
È un trauma silenzioso, normalizzato.Ed è proprio per questo che può diventare terreno fertile per il trauma complesso.
Chi cresce nella neglette impara molto presto una lezione implicita:se ho bisogno, non arriva nessuno.
Da adulti questa lezione non resta un pensiero, ma diventa un modo di stare nel mondo.

“Devo fare tutto da solo”: una convinzione che nasce per sopravvivere

L’idea di dovercela fare da soli non nasce da forza o autonomia sana.Nasce da un sistema nervoso che, per adattarsi, ha smesso di aspettare aiuto.
Da bambini, affidarsi e non trovare risposta è più pericoloso che rinunciare all’affidamento stesso.Così il corpo sceglie una soluzione estrema ma funzionale: chiudere il bisogno.
Questa convinzione diventa una struttura interna:
  • non chiedo
  • non delego
  • non mi appoggio
  • non rallento
Da fuori può sembrare competenza, affidabilità, maturità precoce.Da dentro è spesso peso cronico, solitudine emotiva, stanchezza che non passa.

Il costo nascosto: fragilità, ipercontrollo, crolli improvvisi

Vivere con l’idea di dover fare tutto da soli richiede un controllo costante.Nulla può sfuggire, perché se qualcosa va storto non c’è una rete.
Nel tempo questo produce:
  • ipercontrollo
  • difficoltà a fidarsi
  • intolleranza all’imprevisto
  • rigidità interna mascherata da “organizzazione”
Ma il sistema nervoso non è fatto per reggere all’infinito.
Così, a volte, l’ipercontrollo esplode:
  • un crollo improvviso
  • una rabbia che sorprende anche chi la prova
  • una reazione sproporzionata a una difficoltà reale ma non catastrofica
La rabbia, in questi casi, non è aggressività gratuita.È una difesa: arriva quando il sistema sente di essere di nuovo solo davanti a qualcosa di troppo grande.

Quanto è davvero efficace “farcela da soli”?

Qui c’è un punto delicato, spesso poco detto.
Farcela da soli funziona, ma solo fino a un certo punto.Funziona per sopravvivere, per tenere in piedi la vita, per non dipendere.
È estremamente raro che sia efficace nel lungo periodo sul piano emotivo, relazionale e corporeo.
Quello che spesso vedo è:
  • funzionamento alto, costo interno altissimo
  • risultati ottenuti con sforzo continuo
  • incapacità di godere davvero di ciò che si raggiunge
Non è libertà.È resistenza.

La leggerezza come qualcosa di sopravvalutato (o sospetto)

Molte persone con una storia di neglette guardano alla leggerezza con scetticismo.
“Chi è leggero in realtà finge.”“Se abbassi la guardia, prima o poi paghi.”“Se non controlli tutto, qualcosa crolla.”
La libertà viene vissuta come:
  • ingenua
  • pericolosa
  • irrealistica
  • non sostenibile
Spesso viene anche svalutata:non mi serve, io sono fatta così.
In realtà, sotto questa convinzione, c’è spesso un dolore più profondo:la sensazione che quello stato non sia accessibile, non che non sia desiderabile.

Lo stato ideale: libertà senza crollo

Lo stato ideale non è dipendere dagli altri né perdere competenza.Non è “lasciarsi andare” nel senso ingenuo del termine.
È poter:
  • scegliere quando fare da soli e quando no
  • tollerare l’imprevisto senza andare in allarme
  • sentire il bisogno senza vergogna
  • appoggiarsi senza sentirsi deboli
  • essere forti senza essere rigidi
È una libertà regolata, incarnata, non performativa.

Il processo con cui lavoro nei casi di neglette e trauma complesso

Nel mio lavoro non parto mai dal “fidati” o dal “chiedi aiuto”.Sarebbe una forzatura per un sistema che ha imparato il contrario per necessità.
Il processo è graduale e rispettoso:
  1. Riconoscere l’adattamento, non patologizzarlo
    Il “fare tutto da soli” ha avuto una funzione. Onorarla è il primo passo.
  2. Lavorare sulla sicurezza interna
    Prima di aprirsi fuori, il sistema deve sentire stabilità dentro.
  3. Ridurre l’ipercontrollo senza toglierlo di colpo
    Non si smonta una difesa senza creare alternative.
  4. Dare spazio alle emozioni bloccate, inclusa la rabbia
    Non come problema, ma come segnale di confine.
  5. Costruire esperienze di appoggio tollerabili, non ideali
    Piccole, realistiche, coerenti con la finestra di tolleranza.
Molte persone, leggendo, si riconoscono in frasi come:
  • “Sono sempre io quello che regge”
  • “Se mollo, crolla tutto”
  • “Non so chiedere, ma sono stanca”
  • “Mi arrabbio quando mi sento messa all’angolo”
  • “Non credo davvero che esista la leggerezza”
Riconoscersi non significa essere sbagliati.Significa che il corpo ha fatto il possibile per proteggersi.
E da lì, con i tempi giusti, può imparare qualcosa di nuovo.

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